Ti è mai capitato di provare una fitta al gomito mentre stringevi la mano a qualcuno, giravi una chiave nella serratura o semplicemente sollevavi la caffettiera? Se la risposta è sì, potresti fare parte di quel gruppo di persone che convive con l’epicondilite, un problema tanto diffuso quanto sottovalutato.
Il nome tecnico suona complicato, ma probabilmente lo conosci già con un’altra etichetta: gomito del tennista. Un’appellativo che inganna, perché questa condizione colpisce molto più spesso chi non ha mai impugnato una racchetta in vita sua. Casalinghe che strizzano gli stracci, impiegati incollati alla tastiera, artigiani, giardinieri: l’epicondilite non fa distinzioni e può trasformare gesti banali in piccole torture quotidiane.
Cos’è l’epicondilite: quando il tendine perde la sua battaglia
L’epicondilite laterale è una sofferenza dei tendini che collegano i muscoli dell’avambraccio alla parte esterna del gomito, precisamente a quella piccola sporgenza ossea chiamata epicondilo laterale. Questi tendini hanno un compito apparentemente semplice: permetterti di estendere il polso e le dita. In realtà, vengono sollecitati decine di volte ogni ora, spesso senza che tu te ne accorga.
Per capire cosa accade, immagina i tendini come elastici molto resistenti. Normalmente assorbono e distribuiscono le forze senza problemi. Ma quando le sollecitazioni superano la capacità di adattamento del tessuto, o quando non c’è tempo sufficiente per il recupero tra uno sforzo e l’altro, iniziano a formarsi microlesioni. Il tendine entra in uno stato di sofferenza che, se protratto, porta a una vera e propria degenerazione delle fibre.
È importante chiarire un punto: nonostante il suffisso “-ite” faccia pensare a un’infiammazione classica, la ricerca degli ultimi anni ha dimostrato che l’epicondilite cronica è più propriamente una tendinopatia degenerativa. Questo significa che il problema principale non è tanto il gonfiore, quanto la disorganizzazione delle fibre di collagene e l’alterazione della struttura tendinea.
Le cause dell’epicondilite: non solo tennis
Il fattore scatenante più comune è il sovraccarico funzionale, ovvero l’uso eccessivo e ripetuto del gomito in attività che richiedono movimenti di presa, rotazione o estensione del polso. Il muscolo più frequentemente coinvolto è l’estensore radiale breve del carpo.
Chi è a rischio? La fascia d’età più colpita va dai 30 ai 50 anni, con una leggera prevalenza nel braccio dominante. Ma la professione gioca un ruolo determinante. Parrucchieri, cuochi, imbianchini, musicisti, macellai, operai edili: tutte attività che sottopongono il gomito a stress ripetitivi. Anche chi lavora al computer può sviluppare epicondilite, soprattutto se la postura della scrivania non è ottimale.
Nel mondo dello sport, oltre al tennis, l’epicondilite colpisce frequentemente chi pratica padel, golf, scherma, baseball e arrampicata.
I sintomi: come riconoscere il gomito del tennista
Il dolore è il protagonista assoluto. All’inizio compare solo durante attività specifiche: stringere un oggetto, versare l’acqua da una bottiglia, girare una maniglia. Con il progredire della condizione, può manifestarsi anche a riposo e irradiarsi lungo l’avambraccio fino al polso e alla mano.
La localizzazione è caratteristica: la zona dolente corrisponde all’epicondilo laterale, quella piccola prominenza ossea che puoi facilmente palpare sul lato esterno del gomito. Premendo in quel punto, chi soffre di epicondilite avverte un dolore acuto e ben riconoscibile.
Altri segnali da non sottovalutare includono la sensazione di debolezza nella presa, rigidità del gomito soprattutto al mattino, e talvolta un lieve gonfiore nella zona interessata.
Un aspetto importante: nella maggior parte dei casi i sintomi durano da sei a dodici settimane, ma in alcune persone possono persistere per mesi o addirittura anni se non affrontati correttamente.
La diagnosi: capire prima di agire
La diagnosi di epicondilite è prevalentemente clinica, basata sull’anamnesi e sull’esame obiettivo. Esistono test specifici come il test di Cozen, in cui si chiede di estendere il polso contro resistenza: se compare dolore all’epicondilo, il test è positivo.
L’ecografia è lo strumento di imaging più utilizzato per confermare la diagnosi e valutare il grado di sofferenza tendinea. La risonanza magnetica può essere richiesta in casi selezionati.
È importante escludere altre condizioni che possono mimare l’epicondilite, come problemi cervicali, compressioni nervose, artrosi del gomito o instabilità articolare.
Come si cura l’epicondilite
La buona notizia è che il trattamento conservativo ha successo nell’85-95% dei casi.
La gestione del carico: il primo passo
Il riposo assoluto non è la soluzione. Le ricerche più recenti hanno dimostrato che l’immobilizzazione prolungata può essere addirittura controproducente. Il tendine ha bisogno di essere stimolato per guarire, ma con i carichi giusti. Il concetto chiave è la modifica delle attività provocative.
L’esercizio terapeutico: il cuore della riabilitazione
L’esercizio è il trattamento con le migliori evidenze scientifiche a supporto. Nelle fasi iniziali si utilizzano contrazioni isometriche: il muscolo lavora senza che l’articolazione si muova. Studi hanno dimostrato che contrazioni isometriche sostenute per 30-60 secondi possono avere un effetto analgesico significativo.
Quando i sintomi si stabilizzano, si introducono gli esercizi eccentrici, dove il muscolo si contrae mentre si allunga. Questi esercizi stimolano il rimodellamento del tessuto tendineo, favorendo la produzione di collagene.
Terapie strumentali e manuali
La laserterapia ad alta potenza può aiutare a ridurre il dolore e favorire i processi di guarigione, soprattutto nelle fasi più acute. La terapia con onde d’urto extracorporee ha mostrato benefici nelle tendinopatie croniche.
La terapia manuale, che include tecniche di manipolazione dei tessuti molli e mobilizzazione articolare, può contribuire a ridurre il dolore e migliorare la funzionalità.
Tutori e fasce: quando servono
I tutori per epicondilite funzionano applicando una pressione mirata sulla muscolatura dell’avambraccio, appena sotto l’epicondilo. Questo riduce la tensione sui tendini di circa il 20%. Il tutore è uno strumento di supporto, non una soluzione definitiva: deve essere associato a un programma riabilitativo.
Il nostro approccio al Centro Medico Pagge Dallarovere
Al Centro Medico Pagge Dallarovere di Saluzzo affrontiamo l’epicondilite con un approccio multidisciplinare che mette al centro la persona e non solo il sintomo. La nostra équipe inizia sempre con una valutazione approfondita per capire non solo cosa c’è che non va, ma perché. Analizziamo la postura, i movimenti, le abitudini lavorative e sportive.
Il trattamento integra terapia manuale, esercizio terapeutico personalizzato e, quando indicato, terapie strumentali di ultima generazione. Ti insegniamo gli esercizi da fare a casa e ti guidiamo passo dopo passo nel percorso di recupero.
Prevenire l’epicondilite: consigli pratici
Se svolgi attività a rischio, alcuni accorgimenti possono fare la differenza. Prima di tutto, la gradualità: quando inizi un’attività nuova o aumenti l’intensità, dai tempo al tuo corpo di adattarsi. Se pratichi uno sport di racchetta, verifica che l’impugnatura sia della misura giusta. Se lavori al computer, assicurati che la postazione sia ergonomica.
Il rinforzo muscolare dell’avambraccio è una forma di prevenzione efficace. Anche lo stretching, fatto con costanza, aiuta a mantenere l’elasticità dei tessuti.
Ascolta il tuo corpo: il dolore è un segnale che qualcosa non va. Ignorarlo e continuare come se niente fosse è il modo più sicuro per trasformare un problema risolvibile in una condizione cronica.
Fonti
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