In breve. La spondiloartrosi è l'artrosi delle piccole articolazioni che collegano una vertebra all'altra, le faccette articolari. È un processo di usura legato all'età: sul referto indica una colonna che ha lavorato, non una colonna rotta. Dà dolore meccanico e rigidità, soprattutto al mattino. Non si inverte, ma i sintomi rispondono bene all'esercizio terapeutico e alla terapia manuale.

Hai fatto una radiografia o una risonanza magnetica della colonna e il referto riporta parole come «spondiloartrosi», «segni spondilotici» o «degenerazione discale». Il medico ti ha spiegato qualcosa, ma esci dall’ambulatorio con più domande di quante ne avevi. Cosa vuol dire esattamente? È grave? Può migliorare, o è una condanna a convivere con il dolore?

Queste domande sono legittime, e le risposte esistono, anche se non sono sempre semplici come vorremmo. La spondiloartrosi è una delle diagnosi più frequenti in radiologia e in ortopedia, eppure rimane tra le più fraintese: molte persone la vivono come una sentenza definitiva, quando invece nella grande maggioranza dei casi è una condizione gestibile con il trattamento giusto.

Questo articolo spiega cosa succede nella colonna di chi ha una spondiloartrosi, perché produce dolore, e soprattutto cosa può fare la fisioterapia, concretamente, per migliorare la qualità di vita di chi ne soffre.

Spondiloartrosi e spondilosi: due termini per lo stesso processo

Nel linguaggio clinico si usano spesso in modo intercambiabile, ma vale la pena distinguerli. La spondilosi è il termine generale che descrive la degenerazione dell’intera colonna vertebrale: dischi, vertebre, faccette articolari. La spondiloartrosi indica più specificamente l’artrosi delle articolazioni intervertebrali: le piccole articolazioni posteriori tra una vertebra e l’altra, chiamate faccette articolari o articolazioni zigapofisarie.

In pratica, entrambi i termini descrivono lo stesso processo di fondo: l’usura progressiva delle strutture della colonna vertebrale. Si tratta di un fenomeno degenerativo, non infiammatorio in senso stretto, ed è importante chiarire questa distinzione, perché spondiloartrosi non è sinonimo di spondilite (un’infiammazione di origine autoimmune con caratteristiche e trattamenti completamente diversi). Su questo punto si fa molta confusione: abbiamo spiegato altrove la differenza tra artrite e artrosi, che è la stessa distinzione applicata a tutte le articolazioni.

Pensate alla colonna vertebrale come a una serie di giunti meccanici che lavorano ininterrottamente per tutta la vita: a ogni passo, ogni sollevamento, ogni ora seduti alla scrivania. Nel corso dei decenni, come in qualsiasi meccanismo sottoposto a carichi ripetuti, le superfici cartilaginee si consumano, i dischi si assottigliano, e le vertebre possono sviluppare piccole sporgenze ossee chiamate osteofiti. È un processo fisiologico dell’invecchiamento, non necessariamente una patologia: il problema emerge quando questo processo produce dolore o limita i movimenti in modo significativo.

La spondiloartrosi può interessare qualsiasi tratto della colonna: cervicale, dorsale o lombare. Quella cervicale tende a manifestarsi con dolore al collo, rigidità e a volte mal di testa; quella lombare con dolore alla schiena bassa che può irradiarsi ai glutei o alle cosce. Il tratto dorsale è il meno frequentemente sintomatico. Approfondiamo i disturbi di schiena e collo nella pagina dedicata ai problemi lombari e cervicali.

Quanto è diffusa: i dati epidemiologici

La degenerazione della colonna è una delle condizioni muscolo-scheletriche più comuni al mondo, e i numeri più istruttivi arrivano da chi non ha dolore. Una revisione sistematica pubblicata su American Journal of Neuroradiology nel 2015 (Brinjikji et al.) ha raccolto le immagini di 3.110 persone completamente asintomatiche: la degenerazione discale era presente nel 37% dei ventenni e nel 96% degli ottantenni, la protrusione discale nel 30% dei ventenni e nell’84% degli ottantenni.

Vale la pena rileggere quei numeri: sono persone che non avevano alcun sintomo. La presenza di alterazioni nelle immagini non equivale quindi a dolore o disabilità, e molte persone con segni evidenti di degenerazione alla risonanza non hanno mai avuto un giorno di male. Questa dissociazione tra immagini e clinica è uno dei dati più solidi e più ignorati della letteratura sul dolore spinale.

Comprendere questo punto cambia radicalmente il modo in cui si legge una diagnosi di spondiloartrosi: non è il referto a determinare quanto si soffre, ma la combinazione di fattori fisici, muscolari, neurologici e, lo dicono chiaramente le evidenze, anche psicologici e sociali.

Cause e fattori di rischio

Il processo degenerativo alla base della spondiloartrosi è multifattoriale. Il principale è l’età: con il passare degli anni, la cartilagine che riveste le faccette articolari si assottiglia progressivamente, i dischi intervertebrali perdono acqua e altezza, e il tessuto osseo risponde con la formazione di osteofiti nel tentativo di stabilizzare le strutture usurate.

Fattori che accelerano il processo

Non tutte le colonne invecchiano allo stesso ritmo. Alcune condizioni e abitudini possono accelerare il processo degenerativo o abbassare la soglia del dolore. Il sovrappeso aumenta il carico meccanico sulle vertebre lombari. Il lavoro fisico pesante (soprattutto quello che prevede sollevamenti ripetuti, vibrazioni o posture scorrette protratte) accelera l’usura dei dischi. La sedentarietà, al contrario di quanto si potrebbe pensare, è anch’essa un fattore di rischio: la muscolatura paravertebrale debole non è in grado di scaricare adeguatamente le forze sulla colonna.

La predisposizione genetica gioca un ruolo non trascurabile: la familiarità per artrosi spinale aumenta il rischio individuale. Anche il fumo di sigaretta è associato a una degenerazione discale più rapida, probabilmente perché riduce l’apporto di ossigeno e nutrienti ai tessuti avascolari del disco.

Il ruolo della postura e dello stile di vita

Anni di posture scorrette (la testa in avanti davanti allo schermo, le ore seduti senza supporto lombare, il collo flesso sul telefono) non causano direttamente la spondiloartrosi, ma creano condizioni di sovraccarico cronico su segmenti vertebrali specifici, accelerando la degenerazione in quelle zone. È un accumulo lento, non un evento singolo: ecco perché molti pazienti si chiedono «cosa ho fatto di sbagliato» quando in realtà è stato un processo silenzioso lungo anni.

Come si manifesta: i sintomi della spondiloartrosi

La sintomatologia della spondiloartrosi è estremamente variabile da persona a persona. Alcuni convivono per anni con alterazioni radiografiche significative senza alcun dolore. Altri sviluppano un quadro sintomatico che interferisce con le attività quotidiane anche in presenza di alterazioni relativamente modeste.

Il sintomo più comune è il dolore localizzato nel tratto colpito, lombare o cervicale, con carattere meccanico: peggiora con i movimenti e l’attività prolungata, migliora con il riposo. La mattina è spesso il momento peggiore: dopo ore in posizione immobile, le articolazioni si irrigidiscono e la rigidità del risveglio può durare da pochi minuti a mezz’ora circa (diversamente dall’artrite reumatoide, in cui la rigidità mattutina è più prolungata e persistente). Abbiamo dedicato un articolo intero alla rigidità della schiena al mattino, perché è il sintomo con cui la maggior parte delle persone si accorge del problema.

Quando gli osteofiti o le strutture degenerate irritano o comprimono le radici nervose che escono dalla colonna, il dolore può irradiarsi agli arti: lungo le braccia nel caso cervicale, verso i glutei e le cosce nel caso lombare. In questi casi si sovrappone alla spondiloartrosi una componente radicolare che modifica sia il quadro clinico che il piano di trattamento: quando il dolore si irradia lungo la gamba oltre il ginocchio, il quadro va valutato come una lombosciatalgia e non come una semplice artrosi lombare.

I crepitii o scrocchi articolari durante i movimenti del collo o della schiena sono comuni e generalmente benigni: non indicano necessariamente peggioramento della condizione, anche se possono essere fonte di preoccupazione per chi non ne conosce l’origine.

Come si valuta: diagnosi clinica e imaging

La valutazione della spondiloartrosi parte sempre da un’anamnesi accurata e dall’esame clinico. Il fisioterapista o il medico raccoglie informazioni sulla storia del dolore, le attività che lo aggravano o lo alleviano, l’eventuale irradiazione agli arti, i disturbi del sonno. L’esame obiettivo valuta la mobilità della colonna, la presenza di contratture muscolari, i segni neurologici.

La radiografia standard è spesso il primo esame richiesto: mostra con chiarezza l’altezza dei dischi, la presenza di osteofiti, lo stato delle faccette articolari. La risonanza magnetica permette una valutazione più dettagliata dei dischi, dei nervi e dei tessuti molli, ed è indicata quando si sospetta un coinvolgimento radicolare significativo o quando i sintomi non rispondono al trattamento conservativo.

Un punto critico nella gestione clinica della spondiloartrosi è non far dipendere le decisioni terapeutiche esclusivamente dall’imaging. Come già anticipato, la correlazione tra gravità delle alterazioni radiografiche e intensità dei sintomi è spesso debole. Il trattamento si basa sulla persona e sul suo quadro funzionale, non sull’aspetto delle vertebre alla risonanza.

Quando rivolgersi a un professionista

La spondiloartrosi in sé non è un’urgenza. Ci sono però situazioni in cui il dolore alla schiena non va gestito da soli, e vale la pena distinguerle.

Chiedi un parere medico in tempi brevi se insieme al dolore compaiono:

  • perdita di forza in una gamba o in un braccio, per esempio il piede che «cade» camminando;
  • formicolio o insensibilità che non passa, soprattutto se interessa entrambi i lati;
  • difficoltà a controllare urina o feci, o insensibilità nella zona fra le gambe;
  • dolore che non dà tregua di notte e non cambia con la posizione;
  • febbre, perdita di peso senza motivo o un tumore in anamnesi;
  • dolore comparso dopo una caduta o un incidente.

Sono segnali rari, ma cambiano il percorso: prima l'inquadramento medico, poi la riabilitazione.

Fuori da questi casi il passo utile è una valutazione, prima ancora di un esame. Se il dolore dura da settimane, se torna a ondate o se non sai da dove partire, una visita fisiatrica mette insieme sintomi, referti ed esame clinico e stabilisce che tipo di percorso ha senso per te.

Cosa non si può capire da un articolo. Nessun testo, compreso questo, può dirti se il tuo dolore viene dalle faccette articolari, da un disco, da un nervo irritato o dalla muscolatura: sono cose che si distinguono con i test clinici, non con la lettura di un referto. Un articolo può spiegarti che cosa significano le parole che hai letto e quali trattamenti hanno più prove a favore. Il resto lo vediamo insieme in studio.

Il ruolo della fisioterapia: cosa funziona davvero

La fisioterapia è il pilastro del trattamento conservativo della spondiloartrosi. Tutte le principali linee guida internazionali, incluse quelle dell’European Spine Society e del NICE britannico, la raccomandano come intervento di prima linea, in combinazione con l’educazione del paziente e la promozione dell’attività fisica.

Esercizio terapeutico: il trattamento più supportato dalle evidenze

Il movimento è terapeutico. Sembra controintuitivo per chi soffre di dolore alla schiena, ma la letteratura scientifica è chiara: l’immobilità favorisce la rigidità, indebolisce la muscolatura di supporto e amplifica la percezione del dolore. Un programma di esercizi strutturato e personalizzato migliora la mobilità, riduce il dolore e aumenta la capacità funzionale anche in presenza di alterazioni degenerative avanzate.

L’esercizio terapeutico nella spondiloartrosi non significa semplicemente “fare ginnastica”. Significa un programma progressivo che rinforza la muscolatura profonda stabilizzatrice della colonna, il core, migliora la flessibilità dei tessuti periarticolari, e rieduca i pattern di movimento inefficienti che nel tempo hanno contribuito al sovraccarico delle strutture vertebrali.

Terapia manuale

Le tecniche di terapia manuale (mobilizzazioni articolari, manipolazioni vertebrali, lavoro sui tessuti molli) sono efficaci nel ridurre il dolore e migliorare la mobilità nella spondiloartrosi, soprattutto nelle fasi acute e subacute. Non modificano le alterazioni strutturali (gli osteofiti restano dove sono), ma agiscono sulla componente muscolare, articolare e neurologica del dolore, offrendo un sollievo che consente di iniziare e progredire con l’esercizio.

Tecnologie strumentali a supporto

Il laser ad alta potenza disponibile al Centro Medico Pagge Dallarovere è uno degli strumenti più indicati nella gestione delle fasi di riacutizzazione della spondiloartrosi. Agisce in profondità riducendo l’infiammazione locale a livello delle faccette articolari, modulando la risposta dolorifica e accelerando i processi riparativi tissutali. È particolarmente utile in quelle fasi in cui il dolore è troppo intenso per iniziare subito con l’esercizio: il laser prepara il terreno, riducendo l’irritabilità del sistema, per poi lasciare spazio alla componente attiva del trattamento.

Gli ultrasuoni ad alta frequenza vengono impiegati per il loro effetto di microtrauma meccanico controllato sul tessuto connettivo periarticolare: favoriscono il rimodellamento dei tessuti fibrosi e riducono l’edema nelle strutture articolari infiammate.

Educazione e modifica dello stile di vita

Un aspetto spesso sottovalutato, ma che la letteratura riconosce come uno degli interventi a maggiore impatto, è l’educazione del paziente. Comprendere cosa sta succedendo nella propria colonna, sfatare i miti (come l’idea che muoversi faccia male), imparare come gestire i carichi nelle attività quotidiane e lavorative: tutto questo ha un effetto dimostrato sulla riduzione del dolore e sull’adesione al trattamento a lungo termine.

Il nostro approccio al Centro Medico Pagge Dallarovere

Al Centro Medico Pagge Dallarovere di Saluzzo, la spondiloartrosi viene affrontata con un approccio che parte da una domanda: cosa impedisce a questa persona di vivere come vorrebbe? Non dalla radiografia, ma dall’esperienza quotidiana del paziente.

La valutazione iniziale è globale: analizza la postura, la mobilità segmentaria della colonna, la forza e la coordinazione della muscolatura stabilizzatrice, e, quando clinicamente indicato, include l’analisi del passo e dell’appoggio plantare attraverso la pedana baropodometrica. Questo strumento permette di identificare compensi posturali che, nel tempo, contribuiscono a sovraccaricare specifici segmenti vertebrali e che non sarebbero altrimenti evidenti.

Il percorso terapeutico integra terapia manuale, esercizio terapeutico progressivo e supporto strumentale. La progressione è continua e adattata alla risposta del paziente: non esiste un protocollo fisso, perché due persone con la stessa diagnosi di spondiloartrosi lombare possono avere profili muscolari, abitudini lavorative e livelli di irritabilità dei sintomi completamente diversi.

Un aspetto che caratterizza il lavoro del Centro è la trasmissione di strumenti autonomi: il paziente non viene gestito passivamente, ma viene progressivamente messo in condizione di capire la propria schiena e di gestirla nel tempo. Esercizi da fare a casa, strategie posturali per il lavoro, indicazioni su quali attività favorire e quali ridurre temporaneamente: l’obiettivo è che il rapporto con il fisioterapista diventi sempre meno necessario nel tempo, non una dipendenza.

Il Centro Medico Pagge Dallarovere si trova in Via Revello 38/M a Saluzzo ed è un riferimento per la fisioterapia del rachide in tutto il territorio della provincia di Cuneo: molti pazienti arrivano da Revello, Barge e Savigliano, oltre che da Saluzzo. Il percorso riabilitativo per la colonna parte sempre da una valutazione, mai da un pacchetto di sedute deciso a priori.

La spondiloartrosi si guarisce?

È la domanda che ci sentiamo fare più spesso, e la risposta onesta è doppia. Se per «guarire» si intende far tornare indietro l’usura, no: la degenerazione strutturale non si inverte e gli osteofiti non scompaiono con la fisioterapia. Ma questo non è il punto. Il dolore e la limitazione nei movimenti, che sono il vero problema per chi ne soffre, possono essere ridotti in modo significativo e duraturo con il trattamento appropriato. Su quelli, sì: si può tornare a stare bene.

Le evidenze mostrano chiaramente che le persone con spondiloartrosi che seguono un programma fisioterapico strutturato (combinando esercizio, terapia manuale ed educazione) ottengono miglioramenti sostanziali nel dolore, nella mobilità e nella qualità della vita, indipendentemente dall’aspetto delle loro vertebre alla risonanza magnetica.

L’obiettivo non è avere una colonna perfetta alle immagini, ma avere una vita funzionale: dormire bene, lavorare senza limitazioni eccessive, fare le attività che si amano. Questo obiettivo, per la grande maggioranza dei pazienti con spondiloartrosi, è raggiungibile.

Se convivi con questo dolore da mesi e non sai se ti serva prima un medico o un fisioterapista, puoi richiedere una valutazione a Saluzzo: il primo passo è capire da dove nasce il tuo dolore, non iniziare una terapia a caso.

Fonti e riferimenti scientifici

  1. Brinjikji W, Luetmer PH, Comstock B, et al. Systematic literature review of imaging features of spinal degeneration in asymptomatic populations. AJNR Am J Neuroradiol. 2015;36(4):811-816. PubMed
  2. Ravindra VM, Senglaub SS, Rattani A, et al. Degenerative Lumbar Spine Disease: Estimating Global Incidence and Worldwide Volume. Global Spine J. 2018;8(8):784-794. PubMed
  3. Perolat R, Kastler A, Nicot B, et al. Facet joint syndrome: from diagnosis to interventional management. Insights Imaging. 2018;9(5):773-789. PubMed
  4. National Institute for Health and Care Excellence (NICE). Low back pain and sciatica in over 16s: assessment and management. NICE guideline NG59. Aggiornamento 2020. NICE

Domande frequenti

La spondiloartrosi è grave?

Nella maggior parte dei casi no. È l'usura delle piccole articolazioni fra una vertebra e l'altra e compare con l'età in quasi tutti. In uno studio su 3.110 persone senza alcun sintomo, segni di degenerazione discale erano presenti nel 37% dei ventenni e nel 96% degli ottantenni: gente che non aveva mai avuto male. Diventa un problema solo quando provoca sintomi che limitano la vita di tutti i giorni.

La spondiloartrosi si può guarire?

L'usura non torna indietro: gli osteofiti non spariscono con la fisioterapia. Il dolore e la rigidità, che sono il problema vero, si riducono invece in modo netto e duraturo con un percorso fatto di esercizio, terapia manuale e gestione dei carichi.

Che differenza c'è fra spondiloartrosi e spondilite?

La spondiloartrosi è degenerativa, cioè da usura. La spondilite è infiammatoria e di origine autoimmune: ha cause, esami e terapie completamente diverse. I nomi si somigliano ma le due condizioni non c'entrano nulla l'una con l'altra.

Con la spondiloartrosi è meglio riposare o muoversi?

Muoversi. L'immobilità irrigidisce le articolazioni, indebolisce i muscoli che sostengono la colonna e amplifica la percezione del dolore. Nelle fasi molto acute si riduce temporaneamente il carico, ma il riposo prolungato peggiora il quadro.

La radiografia dice quanto farà male?

No, e questo è uno dei dati più solidi della letteratura sul dolore alla schiena. Il legame fra gravità delle alterazioni nelle immagini e intensità dei sintomi è debole. Le decisioni di cura si prendono sulla persona e su come si muove, non sull'aspetto delle vertebre alla risonanza.