In breve. L'osteofita è osso nuovo che si forma ai bordi di un'articolazione o di un corpo vertebrale, come risposta dell'osso al carico e all'usura della cartilagine. «Osteofitosi marginale» sul referto descrive dove si trova quell'osso, non quanto è grave la situazione. Gli osteofiti non spariscono e non si sciolgono, ma la loro presenza da sola non stabilisce chi ha dolore: alterazioni di questo tipo si vedono anche in molte persone che non hanno mai avuto male.
Il referto della radiografia della colonna è spesso una riga sola, scritta in una lingua che nessuno ti ha insegnato. «Osteofitosi marginale somatica dei corpi vertebrali». Oppure «spondilosi con becchi osteofitari anteriori», o ancora «osteofitosi margino-somatica pluridistrettuale». Chi legge quella riga in genere si ferma su due parole, becchi e osteofitosi, e si costruisce in testa l’immagine di qualcosa di appuntito che punge dentro la schiena a ogni movimento.
L’immagine è sbagliata, e nel frattempo la domanda vera resta senza risposta: quella roba lì c’entra con il male che sento?
Che cos’è un osteofita
L’osteofita è osso vero, prodotto dal corpo stesso, che si aggiunge ai bordi di un’articolazione o di un corpo vertebrale. Molti se lo immaginano come una specie di calcare che si è depositato lì dentro, da sciogliere con la terapia giusta. Il meccanismo è un altro.
La biologia di questa formazione è studiata da decenni. Le cellule che danno origine all’osteofita vengono dal periostio, la membrana che riveste l’osso, e la loro trasformazione è guidata da fattori di crescita della superfamiglia del TGF-beta. La comparsa degli osteofiti è strettamente associata al danno della cartilagine, anche se possono svilupparsi pure senza un danno cartilagineo evidente [1]. Quella stessa revisione ricorda l’altra metà del quadro: gli osteofiti modificano le proprietà funzionali dell’articolazione e possono contribuire a sintomi clinicamente rilevanti [1].
Vale la pena tenere insieme le due cose, perché online si trova quasi sempre solo una delle due. L’osteofita è la risposta dell’osso a un’articolazione che ha perso cartilagine. E in certe posizioni, con certe dimensioni, può dare fastidio.
Le parole del referto, una per una
Quasi tutta la difficoltà sta nel vocabolario. Ecco cosa significano i termini che compaiono più spesso.
Somatica. Riguarda il soma, cioè il corpo vertebrale, il blocco cilindrico che sta davanti in ogni vertebra. «Osteofitosi somatica» vuol dire che l’osso in più sta sui corpi vertebrali e non sulle articolazioni posteriori.
Marginale. Indica la posizione precisa: i margini del corpo vertebrale, cioè l’anello di osso che circonda il piatto su cui appoggia il disco. È il punto dove l’osso reagisce per primo quando il disco perde altezza e il carico si redistribuisce.
Margino-somatica. Le due parole insieme, che descrivono la situazione più frequente di tutte: osteofiti ai bordi dei corpi vertebrali, in genere su più livelli. È la formulazione che porta più persone a cercare su Google, ed è anche quella che dice meno sul piano della gravità, perché descrive un quadro comunissimo.
Anteriore o posteriore. Qui la parola pesa. Gli osteofiti anteriori guardano verso la pancia, dove intorno c’è spazio, e nella grande maggioranza dei casi restano muti. Quelli posteriori guardano verso il canale vertebrale e verso i forami, i pertugi laterali da cui escono le radici nervose: sono quelli che il medico legge con più attenzione, perché lì lo spazio è poco.
A ponte. Descrive osteofiti che, crescendo, si incontrano fra una vertebra e quella sotto, saldando i due corpi. Quando i ponti ossei coinvolgono più vertebre contigue il medico deve considerare una diagnosi diversa dall’usura comune, l’iperostosi scheletrica diffusa idiopatica, o DISH: una condizione sistemica caratterizzata da formazione di nuovo osso e da sofferenza delle entesi, i punti in cui tendini e legamenti si attaccano all’osso, che si riconosce con i criteri di Resnick e Niwayama [2]. Non si stabilisce leggendo una riga: serve il medico che guarda tutte le immagini.
Becco, becco osteofitario. Sono descrizioni della forma. Un osteofita che cresce verso l’alto o verso il basso prende un profilo appuntito che ricorda un becco. La parola spaventa parecchio e descrive soltanto una sagoma.
Spondilosi, spondilosi deformante. Il termine generale con cui i radiologi indicano il processo degenerativo dei corpi vertebrali e dei dischi, di cui gli osteofiti sono il segno più visibile. Chi trova scritto «spondilosi» e chi trova scritto «osteofitosi» sta leggendo due descrizioni dello stesso fenomeno viste da angolature diverse.
Uncoartrosi. Compare nei referti del collo e riguarda i processi uncinati, piccoli rilievi ossei laterali delle vertebre cervicali. Anche loro reagiscono con osso nuovo, e si trovano vicino ai forami.
Diffusa, pluridistrettuale, multisegmentaria. Dicono che il fenomeno si vede su più livelli o in più tratti della colonna. Indicano quanta colonna è coinvolta, non quanto male farà.
Perché quella riga da sola non basta a spiegare il dolore
Qui sta il dato che cambia la lettura di tutto il referto, ed è anche quello che nessuno racconta in sala d’attesa.
Una revisione sistematica pubblicata su American Journal of Neuroradiology ha raccolto 33 studi con le immagini di 3.110 persone senza alcun sintomo. La degenerazione discale era presente nel 37% dei ventenni e nel 96% degli ottantenni; il disco che sporge in modo diffuso, il cosiddetto bulging, nel 30% dei ventenni e nell’84% degli ottantenni [3]. Gli autori concludono che molte delle alterazioni degenerative visibili nelle immagini fanno probabilmente parte del normale invecchiamento e non sono associate al dolore [3].
Persone che non avevano mai avuto un giorno di male. Con il referto pieno di parole che, lette dalla parte sbagliata, sembrano una condanna.
Una precisazione onesta: quella revisione ha quantificato soprattutto le alterazioni del disco, non la prevalenza degli osteofiti fascia per fascia. Il messaggio di fondo però riguarda l’intero processo degenerativo della colonna, osteofiti compresi, che segue la stessa curva con l’età.
La mezza verità: frequenti in tutti, ma un po’ di più in chi ha male
A questo punto molti articoli fanno un salto che la letteratura non consente, e cioè concludono che le immagini non contano niente. Non è così.
Una meta-analisi degli stessi autori ha confrontato direttamente due gruppi di adulti fino a 50 anni: 1.193 persone senza dolore lombare e 1.904 con dolore lombare, per un totale di 3.097 soggetti in 14 studi. Diverse alterazioni erano più frequenti in chi aveva male. La degenerazione discale aveva un odds ratio di 2,24, con intervallo di confidenza al 95% da 1,21 a 4,15 [4]. Tradotto: la degenerazione discale risultava all’incirca due volte più frequente nel gruppo con dolore, e l’intervallo di confidenza indica la fascia entro cui si colloca ragionevolmente il valore reale, con il fatto che non comprende il numero 1 a segnalare che la differenza non è attribuibile al caso. La protrusione discale aveva un odds ratio di 2,65 (1,52-4,62) e l’estrusione di 4,38 (1,98-9,68) [4].
Nello stesso lavoro altre alterazioni non mostravano differenze affidabili fra i due gruppi, per esempio la spondilolistesi e le fissurazioni dell’anulus [4]. Un dettaglio istruttivo: la stenosi del canale centrale risultava con un numero altissimo, un odds ratio di 20,58, che però non raggiungeva la significatività statistica perché la stima era troppo imprecisa [4]. Un numero grande, da solo, non dimostra niente.
Va detto con chiarezza anche il limite che riguarda proprio l’argomento di questa pagina: quella meta-analisi ha messo a confronto reperti discali, e gli osteofiti non rientravano fra le alterazioni esaminate. Per l’osteofita, preso singolarmente, non disponiamo di un confronto della stessa qualità. Quello che sappiamo è il quadro generale, e il quadro generale dice due cose insieme: alterazioni degenerative si trovano in moltissime persone che stanno bene, e alcune di queste alterazioni sono comunque più frequenti in chi ha dolore.
Da qui l’atteggiamento che ha senso tenere. Il referto non si ignora e non si drammatizza: si mette accanto a come sta la persona. La stessa logica vale per il quadro più ampio della spondiloartrosi, di cui l’osteofitosi è uno dei segni.
Quando un osteofita conta davvero
Ci sono situazioni in cui la posizione dell’osso in più diventa un’informazione clinica, e non solo una descrizione.
Gli osteofiti posteriori e quelli che crescono verso il forame possono ridurre lo spazio a disposizione di una radice nervosa. Quando succede, il disturbo cambia faccia: non più solo dolore locale, ma un sintomo che segue il percorso del nervo lungo un arto, con formicolio o perdita di forza. Se la riduzione di spazio riguarda il canale e più livelli insieme, il quadro può diventare quello della stenosi lombare, che si riconosce da un segno molto caratteristico, le gambe che si fanno pesanti camminando e si liberano appena ci si siede o ci si piega in avanti.
Nel collo esiste poi una situazione rara ma documentata: grossi osteofiti anteriori cervicali, di solito nel contesto della DISH, possono interferire con la deglutizione e produrre disfagia, cioè difficoltà a mandare giù [5]. Succede di rado, ed è il motivo per cui va detto: chi si ritrova con quel disturbo va mandato dal medico, non rassicurato in blocco.
Situazioni in cui serve una valutazione medica e non basta una lettura del referto:
- perdita di forza in un braccio o in una gamba, per esempio il piede che si trascina camminando;
- formicolio o insensibilità che non passa, soprattutto se interessa entrambi i lati;
- difficoltà a controllare urina o feci, o insensibilità nella zona fra le gambe;
- difficoltà a deglutire comparsa insieme a un referto cervicale con osteofiti anteriori voluminosi;
- dolore che non dà tregua di notte e non cambia con la posizione;
- febbre, perdita di peso non spiegata o un tumore in anamnesi;
- disturbo comparso dopo una caduta o un trauma.
Gli osteofiti fuori dalla colonna
La parola compare anche nei referti del ginocchio, della mano, della spalla e del piede, con lo stesso significato: osso nuovo ai margini dell’articolazione, dove la cartilagine ha ceduto. Nel ginocchio è uno dei segni che entrano nella lettura radiografica dell’artrosi, insieme alla riduzione dello spazio articolare, ed è uno degli aspetti descritti nell’articolo sull’artrosi del ginocchio. Nel calcagno l’equivalente popolare è lo sperone.
Anche qui la gestione non punta all’osso. Le linee guida OARSI per il trattamento non chirurgico dell’artrosi di ginocchio, anca e poliarticolare indicano come trattamenti di base, quelli che vengono prima di ogni altra scelta, l’educazione della persona sulla propria artrosi e un programma strutturato di esercizio a terra, con o senza gestione del peso corporeo attraverso la dieta nel caso del ginocchio [6]. Nessuno dei due passa dagli osteofiti.
Cosa si può fare, e cosa no
Gli osteofiti non si sciolgono. Non si riassorbono da soli e non esiste una terapia fisica di cui sia stata dimostrata la capacità di farli regredire, per cui chi promette di toglierli senza chirurgia sta vendendo qualcosa. Vale la pena partire da qui, perché chi smette di inseguire la sparizione dell’osso di solito comincia a occuparsi delle cose su cui si può intervenire.
Quelli sono il dolore, la rigidità e quanto la zona regge nelle attività della giornata. Su questi tre fronti il lavoro è lo stesso che si fa nelle altre forme di artrosi: esercizio dosato e progressivo, gestione del carico nelle fasi in cui la zona è più irritabile, lavoro sulla mobilità e sulla forza dei muscoli che proteggono il segmento. I risultati variano molto da persona a persona, e dipendono da quanto dura il disturbo, dall’età, dalle altre condizioni presenti e da quanto il programma viene portato avanti nel tempo.
Un’ultima cosa sulle immagini. Ripetere una radiografia per vedere «se gli osteofiti sono aumentati», in assenza di una domanda clinica nuova, aggiunge poco: il confronto che orienta le decisioni è quello fra come stavi tre mesi fa e come stai adesso.
Se hai un referto con questa parola e non sai se il tuo disturbo c’entri con quello che è scritto sopra, il passo utile è una valutazione che metta insieme referto, sintomi ed esame clinico: è quello che fa una visita fisiatrica, e da lì si capisce che percorso ha senso, o se non serve alcun percorso.
Cosa non si può capire da un articolo. Questo testo spiega le parole scritte sul tuo referto. Non può dirti se quegli osteofiti c'entrano con il tuo dolore, quanto spazio resta alle tue radici nervose o quale programma è adatto al tuo caso: sono valutazioni che richiedono l'esame clinico, la storia del disturbo e la lettura delle immagini per intero. Un referto con parole che non capisci va portato a chi può leggerlo accanto ai tuoi sintomi, non interpretato da soli la sera davanti al computer.
Fonti e riferimenti scientifici
- van der Kraan PM, van den Berg WB. Osteophytes: relevance and biology. Osteoarthritis Cartilage. 2007;15(3):237-244. PubMed
- Eshed I. Imaging Characteristics of Diffuse Idiopathic Skeletal Hyperostosis: More Than Just Spinal Bony Bridges. Diagnostics (Basel). 2023;13(3):563. PubMed
- Brinjikji W, Luetmer PH, Comstock B, et al. Systematic literature review of imaging features of spinal degeneration in asymptomatic populations. AJNR Am J Neuroradiol. 2015;36(4):811-816. PubMed
- Brinjikji W, Diehn FE, Jarvik JG, et al. MRI Findings of Disc Degeneration are More Prevalent in Adults with Low Back Pain than in Asymptomatic Controls: A Systematic Review and Meta-Analysis. AJNR Am J Neuroradiol. 2015;36(12):2394-2399. PubMed
- Bunmaprasert T, Keeratiruangrong J, Sugandhavesa N, et al. Surgical management of Diffuse Idiopathic Skeletal Hyperostosis (DISH) causing secondary dysphagia (Narrative review). J Orthop Surg (Hong Kong). 2021;29(3):23094990211041783. PubMed
- Bannuru RR, Osani MC, Vaysbrot EE, et al. OARSI guidelines for the non-surgical management of knee, hip, and polyarticular osteoarthritis. Osteoarthritis Cartilage. 2019;27(11):1578-1589. PubMed
Domande frequenti
L'osteofitosi marginale è grave?
La parola descrive dove si trova l'osso in più, ai bordi dei corpi vertebrali, e non contiene un giudizio di gravità. Quanto pesi si capisce mettendo il referto accanto ai sintomi: dove fa male, da quanto, se c'è un disturbo che scende lungo un arto. La stessa riga sul referto compare in persone che stanno benissimo.
Gli osteofiti si possono togliere o far riassorbire?
Non si riassorbono da soli e non esiste una terapia fisica di cui sia stata dimostrata la capacità di farli regredire. Si tratta di osso vero, non di un deposito di calcio da sciogliere. Quello che può cambiare è il dolore e quanto la zona si muove: sono quelli gli obiettivi di un percorso riabilitativo.
Cosa vuol dire osteofitosi margino-somatica?
«Somatica» vuol dire che riguarda i corpi vertebrali, «marginale» che l'osso in più sta sui loro bordi. Messe insieme descrivono la formazione più comune in assoluto sui referti della colonna: osteofiti ai margini dei corpi vertebrali, di solito su più livelli.
Gli osteofiti sono la causa del mio dolore?
Da soli non lo stabiliscono. Le alterazioni degenerative della colonna si trovano anche in moltissime persone che non hanno mai avuto male, e allo stesso tempo sono più frequenti in chi il dolore ce l'ha. Servono l'esame clinico e la storia del disturbo per capire quanto quella riga conta nel singolo caso.
Con gli osteofiti si può fare attività fisica?
Sì, e il movimento resta uno degli strumenti con più prove a favore nelle artrosi. Cambia semmai come si dosa il carico nelle fasi in cui la zona è più irritabile. L'immobilità prolungata peggiora rigidità e forza, senza offrire alcun vantaggio all'osso.