In breve. Una spalla che si è irrigidita e non si alza nemmeno quando è un'altra persona a sollevarla corrisponde a quello che oggi si chiama capsulite adesiva, o spalla congelata. «Periartrite» è un nome più vecchio e più largo. Sui tempi non esiste una data da dare: la revisione sistematica di Wong conclude che l'idea di una guarigione completa senza trattamento è priva di fondamento. Nello studio UK FROST, a dodici mesi, le tre strade messe a confronto sono arrivate a risultati vicini fra loro e nessuna è risultata clinicamente superiore. Quello che si fa, intanto, è controllare il dolore abbastanza da poter muovere la spalla, e muoverla.
Il braccio non si alza più, e non si alza nemmeno se lo solleva qualcun altro. Pettinarsi, allacciare il reggiseno, prendere il portafogli dalla tasca di dietro: gesti che un mese fa non si notavano. Sul foglio del medico c’è scritto «periartrite scapolo-omerale», e la domanda che arriva al telefono è quasi sempre identica. Quanto tempo ci vuole, e passa da sola?
C’è una risposta che circola da decenni: un anno, un anno e mezzo, due anni, poi passa. Vale la pena guardare da dove viene.
Periartrite, capsulite adesiva, spalla congelata
Le tre parole non indicano la stessa cosa. «Periartrite» raccoglie sotto un’unica voce i problemi dei tessuti intorno alla spalla senza dire quale struttura sia in sofferenza, e dietro c’è quasi sempre un tendine della cuffia dei rotatori che fa male quando lo si usa: di quel quadro abbiamo parlato nell’articolo sulla spalla che fa male di notte.
La capsulite adesiva è un’altra storia. Le linee guida coreane pubblicate nel 2025 su Annals of Rehabilitation Medicine la descrivono come dolore insieme a una limitazione progressiva del movimento, sia attivo sia passivo, con rotazione esterna e abduzione fra i movimenti più colpiti [1]. Il movimento passivo è quello che resta quando il braccio lo muove un altro e chi è sul lettino smette di spingere. In una tendinopatia il braccio fa male a sollevarsi, ma qualcuno può sollevarlo. Qui la spalla si ferma anche così, perché il problema sta nella capsula che avvolge l’articolazione e si è ritirata.
Riguarda fra il 2 e il 5% della popolazione, compare più spesso fra i 40 e i 65 anni e colpisce più le donne che gli uomini [1]. La diagnosi è clinica. Ecografia e risonanza non vanno usate da sole per farla, e la raccomandazione è di grado C, che in quel sistema indica un esame i cui possibili svantaggi potrebbero superare i vantaggi e che in genere non si consiglia: il loro posto è escludere altre cose [1]. Una capsulite si riconosce con le mani sulla spalla.
«Passa da sola in diciotto mesi»: da dove viene
Nel 2017 Wong e colleghi sono andati a cercare gli studi su persone con spalla congelata che non avevano ricevuto nessun trattamento, seguite per almeno sei mesi [2]. Da 508 citazioni iniziali sono arrivati a sette studi utilizzabili.
Quello che hanno trovato sta in tre punti. Prove di bassa qualità indicavano che le spalle non trattate migliorano come escursione di movimento fra uno e quattro anni, ma non completamente. Nessuna prova sosteneva il passaggio attraverso fasi di recupero fino a una risoluzione completa senza trattamento. E da tre studi randomizzati, con prove di qualità moderata, risultava che il miglioramento arriva presto piuttosto che tardi. La conclusione degli autori è che la teoria delle fasi che portano a una risoluzione completa senza trattamento è priva di fondamento [2].
Attenzione a non ribaltare la frase. Quella revisione non dimostra che una spalla congelata resti rigida per sempre. Dice che la rassicurazione «aspetta e torna come prima» non ha sotto di sé studi solidi, e che con sette lavori di qualità in gran parte bassa non si può affermare molto in nessuna delle due direzioni.
Le linee guida del 2025 arrivano allo stesso punto da un’altra strada. Scrivono che il decorso è in genere autolimitante, che non tutti ottengono un recupero spontaneo completo e che i sintomi in alcuni casi superano i due anni [1]. In una casistica che il documento riporta, seguita fra cinque e dieci anni, 16 persone su 41 avevano recuperato tutta l’escursione di movimento e 22 erano rimaste con una limitazione residua che non impediva le attività quotidiane [1]. Gli stessi autori avvertono che diversi di questi lavori mancavano di misure oggettive o di un gruppo di confronto.
Si ricava una direzione. La maggior parte delle persone torna a fare quello che faceva, una parte convive con un pezzo di movimento in meno, e all’inizio nessuno sa dire in quale dei due gruppi finirà.
Perché le tre fasi non danno una data
Il modello che tutti citano prevede una fase dolorosa, una di irrigidimento e una di risoluzione. Le linee guida del 2025 lo riportano, aggiungendo che queste fasi possono essere in sequenza oppure sovrapposte [1]. Se si accavallano, la data in cui dovrebbe cominciare la terza non esiste, e il conto alla rovescia che molti si fanno in testa dopo la diagnosi non ha un punto di partenza affidabile.
Cosa ha mostrato UK FROST
È lo studio più grande su questa domanda. UK FROST ha valutato 914 persone e ne ha assegnate a caso 503 in 35 ospedali britannici [3]. Le tre strade a confronto erano:
- fisioterapia strutturata precoce, con mobilizzazioni e un programma di esercizi a casa, insieme a un’iniezione di cortisone: 12 sedute su un massimo di 12 settimane;
- manipolazione in anestesia generale, cioè il chirurgo che muove la spalla fino a vincere la rigidità mentre la persona dorme, con iniezione di cortisone;
- taglio artroscopico della capsula anteriore ritirata, seguito dalla manipolazione.
Entrambe le vie chirurgiche prevedevano fisioterapia dopo la procedura. La misura principale era l’Oxford Shoulder Score a dodici mesi, un questionario che la persona compila su dolore e attività quotidiane: va da 0 a 48, e più alto è il punteggio migliore è la spalla.
A dodici mesi i punteggi medi erano 37,2 per la fisioterapia, 38,3 per la manipolazione e 40,3 per il taglio della capsula, con differenze fra i gruppi comprese fra 1,05 e 3,06 punti [3]. Gli autori avevano però fissato in partenza le differenze da raggiungere perché un trattamento potesse dirsi migliore: 5 punti fra fisioterapia e chirurgia, 4 fra le due procedure chirurgiche. Nessuna è stata raggiunta, e la conclusione è che nessuno dei tre interventi è risultato clinicamente superiore [3]. Il taglio della capsula ha comportato più rischi, con otto eventi avversi gravi contro due della manipolazione [3]. Sul lato dei costi, con la soglia di 20.000 sterline per anno di vita in piena salute usata dal servizio sanitario britannico, la manipolazione in anestesia aveva la probabilità più alta di risultare conveniente, 0,86 contro 0,14 della fisioterapia [3].
Due cose da tenere a mente. Lo studio ha arruolato persone già arrivate in ospedale dallo specialista, quindi un gruppo selezionato fra chi non stava migliorando. E il gruppo della fisioterapia era il più piccolo dei tre, con 99 persone assegnate: una stima su meno persone è una stima meno precisa.
Il cortisone, e perché conta il momento
La revisione con meta-analisi di Challoumas, pubblicata su JAMA Network Open nel 2020, ha raccolto 65 studi e 4.097 persone, portandone 39 con 2.736 partecipanti in una meta-analisi di rete: un metodo che confronta più trattamenti anche quando nessuno studio li ha messi uno contro l’altro, incrociando i confronti disponibili [4].
L’iniezione di cortisone dentro l’articolazione è risultata l’unico trattamento superiore agli altri sia dal punto di vista statistico sia da quello clinico, e solo entro le 12 settimane. Sul dolore misurato con una scala da 0 a 10 la differenza media era di 1,0 punti rispetto a nessun trattamento o placebo e di 1,1 punti rispetto alla fisioterapia, con intervalli di confidenza che vanno da 0,5 a 1,7 punti: l’intervallo di confidenza è la fascia di valori compatibili con i dati raccolti [4]. Oltre le 12 settimane aggiungere all’iniezione gli esercizi a casa, la fisioterapia o entrambi può portare un beneficio in più [4]. Gli autori concludono che usare il cortisone presto, in una spalla congelata da meno di un anno, si associa a risultati migliori, e che va combinato con un programma di esercizi a casa [4].
Le linee guida del 2025 collocano l’iniezione allo stesso posto con un linguaggio più cauto: raccomandazione di grado B, cioè «condizionata a favore», che in quel documento indica un trattamento consigliabile tenendo conto del bilancio fra benefici e danni, del livello delle prove e delle preferenze della persona. Il livello di prove è basso, e «basso» nel sistema GRADE usato lì vuol dire che la fiducia nella stima è limitata e l’effetto vero potrebbe differire parecchio da quello osservato [1]. Lo stesso grado B vale per l’iniezione combinata con la fisioterapia e per la distensione idraulica aggiunta all’iniezione, una procedura in cui si inietta un volume di liquido per distendere la capsula [1]. Se e quando abbia senso lo stabilisce il medico.
Muovere la spalla mentre fa ancora male
Qui le prove sono più magre di quanto chiunque vorrebbe, e conviene dirlo. Nelle linee guida del 2025 la terapia manuale, inclusi gli esercizi di escursione articolare, ha grado B con livello di prove basso, per migliorare la funzione dell’arto e il movimento della spalla. L’allungamento fatto da soli compare solo come consenso fra esperti, a condizione che l’esercizio sia prescritto bene e che la persona lo segua davvero. Il rinforzo può migliorare dolore e recupero funzionale, ma il livello di prove è molto basso e il grado è I, «non conclusivo»: le prove sono troppo deboli per decidere in un senso o nell’altro, e la scelta resta al giudizio di chi ha in cura la persona [1]. Lo stesso grado I tocca agli antinfiammatori e al cortisone per bocca [1].
C’è però un punto su cui gli esperti si sono trovati d’accordo. Il consenso internazionale pubblicato nel 2025, costruito con tre giri di domande a 14 esperti e una soglia di accordo fissata in partenza all’80%, ha raggiunto il consenso su 101 voci [5]. Fra le nove cause su cui l’accordo c’è stato, accanto al diabete, alle malattie della tiroide, al trauma e alla sindrome metabolica, compare l’immobilizzazione prolungata [5].
Nella nostra pratica questo si traduce in una regola poco spettacolare. La spalla si muove ogni giorno, dentro l’escursione che il dolore concede, e il carico sale quando il dolore lo permette. Non si forza l’articolazione dentro il dolore acuto sperando di strappare qualche grado, perché quello che si ottiene è una spalla più irritata e una persona che smette di fare gli esercizi. Quando il dolore non lascia margine nemmeno per il lavoro leggero, il medico valuta l’iniezione come passo per rendere di nuovo praticabile quel lavoro. Quanto duri ciascuna fase varia molto da persona a persona, e gli studi citati qui non danno un numero di settimane.
Situazioni in cui la spalla rigida va vista da un medico e non trattata come una capsulite:
- febbre, spalla calda, arrossata e gonfia: si va al pronto soccorso, perché l'articolazione potrebbe essere infetta;
- rigidità comparsa dopo una caduta o un trauma, con impossibilità a muovere il braccio: serve una visita ortopedica, perché può esserci una frattura o una lussazione;
- dolore alla spalla o al braccio sinistro insieme a oppressione al petto, fiato corto o sudorazione: si chiama subito il 112;
- formicolio, perdita di sensibilità o di forza lungo il braccio e la mano: può dipendere dal collo e va valutato;
- dolore che cresce anche a riposo, perdita di peso non spiegata o una storia di tumore: se ne parla prima con il medico di famiglia.
Come lo affrontiamo al centro
Si parte dal separare due situazioni che si trattano in modo diverso: una spalla che fa male quando la si usa, e una spalla che si è ritirata. Il confine lo dà il movimento passivo, e si vede solo mettendo le mani sul braccio di una persona che smette di spingere. Per questo nel percorso dedicato alla spalla la visita medica, l’ecografia muscolo-scheletrica e la fisioterapia stanno sotto lo stesso tetto.
Da lì il programma lo costruisce il fisioterapista, dosato sulla fase in cui si trova la spalla e ricontrollato dopo qualche settimana. Manipolazione in anestesia e artroscopia sono procedure ospedaliere e si discutono con l’ortopedico: in UK FROST riguardavano persone già arrivate allo specialista, non chi è all’inizio.
Quello che non facciamo è dare una data. Nelle fonti citate qui quella data non c’è, e dirla per far scorrere meglio la conversazione sarebbe una promessa senza niente dietro.
Cosa non si decide da un articolo. I numeri riportati qui vengono da popolazioni di studio e descrivono quello che è stato osservato in media, non quello che succederà alla tua spalla. Se quella rigidità sia una capsulite adesiva, e quale combinazione di esercizio, terapia manuale e iniezione abbia senso nel tuo caso, lo stabilisce chi può esaminare il movimento attivo e passivo e il collo. Se la spalla si muove sempre meno da settimane, richiedi una valutazione: nella meta-analisi citata qui sopra il cortisone usato dentro il primo anno di malattia si associava a risultati migliori, e questo è il motivo per cui conviene non rimandare.
Fonti e riferimenti scientifici
- Lee BC, Kim BS, Lee BJ, et al. Clinical Practice Guidelines for Diagnosis and Non-Surgical Treatment of Primary Frozen Shoulder. Ann Rehabil Med. 2025;49(3):113-138. PubMed
- Wong CK, Levine WN, Deo K, et al. Natural history of frozen shoulder: fact or fiction? A systematic review. Physiotherapy. 2017;103(1):40-47. PubMed
- Rangan A, Brealey SD, Keding A, et al. Management of adults with primary frozen shoulder in secondary care (UK FROST): a multicentre, pragmatic, three-arm, superiority randomised clinical trial. Lancet. 2020;396(10256):977-989. PubMed
- Challoumas D, Biddle M, McLean M, Millar NL. Comparison of Treatments for Frozen Shoulder: A Systematic Review and Meta-analysis. JAMA Netw Open. 2020;3(12):e2029581. PubMed
- Salamh P, Stoner B, Ruley N, et al. An international consensus on the etiology, risk factors, diagnosis and management for individuals with frozen shoulder: a Delphi study. J Man Manip Ther. 2025;33(4):309-320. PubMed
Domande frequenti
Quanto dura la spalla congelata?
Nessuno degli studi che abbiamo consultato dà un numero di mesi valido per tutti. Le linee guida coreane del 2025 scrivono che i sintomi in alcuni casi vanno oltre i due anni, e riportano controlli a distanza di anni in cui una parte delle persone recupera tutto il movimento e un'altra parte resta con una limitazione residua. Chi indica una data non ha uno studio su cui appoggiarla.
La spalla congelata passa da sola?
La revisione sistematica di Wong del 2017 ha cercato gli studi su persone non trattate e ne ha trovati sette. Conclude che la teoria delle fasi che portano a una risoluzione completa senza trattamento è priva di fondamento, e che molte delle prove disponibili sono di bassa qualità. Il movimento delle spalle non trattate migliorava fra uno e quattro anni, ma non del tutto.
Periartrite e capsulite adesiva sono la stessa cosa?
«Periartrite» è un'etichetta vecchia che raccoglie problemi diversi intorno alla spalla. Quando la limitazione riguarda anche il movimento passivo, cioè quando il braccio non si alza nemmeno se lo solleva un'altra persona, il quadro è quello della capsulite adesiva, chiamata anche spalla congelata. La distinzione conta perché il trattamento cambia.
Meglio la fisioterapia o la manipolazione in anestesia?
Nello studio UK FROST, pubblicato sul Lancet nel 2020, a dodici mesi le differenze fra fisioterapia con iniezione, manipolazione in anestesia e taglio artroscopico della capsula sono risultate più piccole di quelle fissate in partenza come clinicamente rilevanti, e gli autori concludono che nessuno dei tre è superiore agli altri. Il taglio della capsula ha avuto più eventi avversi gravi.
Devo fare stretching anche se fa male?
Nelle linee guida coreane del 2025 l'allungamento fatto da soli compare solo come consenso fra esperti, senza un livello di prove dietro, e a condizione che l'esercizio sia prescritto bene e seguito davvero. L'immobilizzazione prolungata è invece fra le nove cause su cui il consenso internazionale del 2025 ha trovato accordo. Quanto spingere lo si decide dopo aver visto la spalla.